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La Bisbetica domata di W.Shakespeare al Teatro Ponchielli

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La Bisbetica domata di W.Shakespeare al Teatro Ponchielli


Una commedia tutta da ridere, fatta di atrocità e strani rapporti, amore e interesse, finzione e travestimento. Un cast di primi attori giovani per dare vita a La Bisbetica domata di W. Shakespeare per la regia di Andrea Chiodi, in scena al Teatro Ponchielli il 29 e 30 gennaio (ore 20,.30).
Una commedia che, suo malgrado, ci fa ridere perché piena di atrocità e di strani rapporti, dove l’amore non è amore ma interesse, dove la finzione è uno dei primi ingredienti.

I biglietti sono in vendita alla biglietteria del Teatro, aperta tutti i giorni feriali dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 16.30 alle 19.30 (tel 0372 022001/02).

Questi i prezzi dei biglietti:
platea e palchi € 25,00 – galleria € 17,00 - loggione € 12,00

martedì 29 gennaio ore 20.30
mercoledì 30 gennaio ore 20.30
LUGANOINSCENA
In coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura
CENTRO D’ARTE CONTEMPORANEA TEATRO CARCANO
LA BISBETICA DOMATA
di Willam Shakespeare
adattamento e traduzione Angela Demattè

personaggi ed interpreti
Ostessa, paggio (vestito da donna) Caterina Tindaro Granata
Smalizia, Petruccio Angelo Di Genio
Signore, Tranio, Giuseppe Christian La Rosa
Primo cacciatore, Gremio, Nicola, Vincenzo, sarto, vedova Igor Horvat
Bianca Rocco Schira
Battista, Grumio Massimiliano Zampetti
Secondo servo del Signore, Ortensio, Curtis, Pedante Walter Rizzuto
Primo Servo del Signore, Lucenzio, Nataniele Ugo Fiore

regia Andrea Chiodi

scene Matteo Patrucco
costumi Ilaria Ariemme
musiche originali Zeno Gabaglio
disegno luci Marco Grisa
movement coach Marta Ciappina
assistente regia Margherita Saltamacchia
Dunque che cos’è The Taming of the Shrew? È innanzitutto, credo, un esperimento sul potere manipolatorio della parola. Shakespeare comincia a mostrarci il fascino e la terribilità del linguaggio, il suo potere di cambiare la realtà. Il privilegio di affrontare una delle sue prime commedie mi ha dato modo di osservare il genio che si allena, che verifica e prova a giocare i primi “match” della sua arte, che ne verifica i confini. Quale parola preferiamo? Quella vitale ma indomabile e fuori dalla società dell’indiavolata Caterina o quella trasformata, terribile ma potente della sua sottomissione? A questa domanda la risposta pare essere facile. Eppure bisogna guardare Petruccio e le sue strategie, guardare Tranio e le sue manovre e sentirsi presi e affascinati da essi, allora sarà più difficile decidere, sia che siamo donna o uomo, giovane o vecchio. La lingua è magica. La sua ambiguità lavora dentro di noi. Non si può far altro che star davanti al signor Shakespeare che affina i suoi strumenti, goderne e tremare con lui dei suoi azzardi. Sono entrato dentro il testo, grazie alla traduzione di Angela, cercando di esplorare le relazioni tra tutti i personaggi, muovendomi dentro l’intreccio delle storie per cercare di far emergere in primis la trama in modo chiaro e poi il pensiero dei personaggi e di Shakespeare. In sostanza per mettere in scena questo autore, per capirne i pensieri non si può che appoggiarsi alle parole del testo, farle diventare vita e azione in palcoscenico.
E come sono queste parole? Le parole finali di Caterina sono terribili. L’ordine che propone
insopportabile. Eppure suscitano un fascino ambiguo. Star davanti alla società umana, che è vita e dilemma, che può precipitare nel caos, può essere molto problematico. Il genio di Shakespeare ci fa sentire la tentazione di un ordine assoluto, definitivo. Il potere della parola coercitiva, anche se irragionevole. Petruccio, sempre con la parola, ci rende partecipi della sua soddisfazione. Ecco che Caterina cede, si sottomette. Impara a non compromettere più la parola con la vita, con le emozioni e i sentimenti. Impara ad usarla come arma, strumento di potere e di coercizione. E così riporta l’ordine dentro una società che ha perso forza perché ha perso la sacralità della parola. Una donna, Caterina, che per avere un posto nella società si fa uomo, parla come un uomo di potere, con dolore si sottomette per diventare la regina della casa. È un’astuzia terribile e amara, piena di una finta rivalsa, il cui eco arriva fino a oggi.
(note di regia di Andrea Chiodi)



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