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GAP / Gioco d'Azzardo Patologico - rovinarsi è un gioco

GAP / Gioco d'Azzardo Patologico - rovinarsi è un gioco


Teatro del Segno

G.A.P.
rovinarsi è un gioco

di e con Stefano Ledda


Lo spettacolo nasce dall’intenzione di mettere una lente di ingrandimento sul fenomeno del gioco d’azzardo tecnologico, mostrando come il “passatempo innocuo” del videopoker può diventare con facilità dipendenza patologica “sulla pelle della percentuale difettosa”.
La pièce prende corpo attraversando un lungo periodo di documentazione e nove mesi di interviste. È dunque una storia reale fatta di nomi, mogli, posti di lavoro, figli, amicizie, quella che si svolge davanti al pubblico in una scena scarna fatta di segni brevi ed essenziali.
Segni che non lusingano la poesia, ma si impongono come snodi freddi e reali di una storia-vita, che “accadendo” sul palcoscenico racconta la claustrofobia ciclica della dipendenza.


Note di regia
Esploso, questo è quello che diceva l’intervista sul giornale. «Ad un certo punto sono esploso e tutto non era più dove l’avevo lasciato.»
Esploso. Proprio questo credo sia il modo più efficace per raccontare la storia di un giocatore compulsivo di videopoker. Raccontarla esplodendone gli episodi, le bugie, le emozioni ed insieme a questi cercare di raccontare anche gli oltraggi subiti, non certo dalla “dea bendata”, che non abita tra i microchip di una “poker machine” e che comunque la dentro non potrebbe nulla, ma da chi lucra approfittando della sua debolezza e da chi fa finta di non vederlo mentre si rovina, perché è troppo stupido, e dunque fatti suoi.
Questa esplosione avviene in una scena povera, adatta a contenere una storia frammentata e frammentaria, nella quale brandelli di giornate si inseguono ciclici in una ripetizione ossessiva inarrestabile, fatta di omissioni, bugie, compromessi, prestiti, abbandoni, violenza.
Una storia dove i dati di una realtà allarmante, sono riservati ad una razionalità separata, come le parole complicate di una conferenza scientifica, che resta composta, astratta dal caos di una quotidianità ferita dell’umiliazione della dipendenza.
“Ed è umiliante perché ti rendi conto di sbagliare, ma non riesci, non puoi fermarti. Lo sai! E ti senti stupido. Ti senti colpevole, ti vergogni, ma hai perso la capacità di decidere, la forza di scegliere.”.
Una storia che non è lontana dal nostro caffè la mattina già alle otto e mezzo, mentre facciamo colazione e il pusher di illusioni e di oblio ha già aperto la cassa e sull’adsl targata terzo millennio, registra i suoi incassi, legali questa volta, che contribuiranno e rendere meno salate le lacrime e meno rosso il sangue da versare per la prossima finanziaria.
Stefano Ledda





Per ulteriori informazioni e contatti:
www.teatrodelsegno.com
T.F. +39 070 680229
M. +39 3929779211
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Nota introduttiva

L'aumento del tempo libero è uno degli aspetti che contraddistingue la società contemporanea. Esso si dilata, aprendo spazi da riempire, necessità da soddisfare, e intanto il gioco esce dal suo alveo marginale, si trasforma da svago innocente e irrinunciabile espressione di libertà, in voglia d'azzardo, ossessione e opprimente schiavitù, e si riversa dentro il bacino della vita quotidiana, induce nuove abitudini, cambia mentalità, modifica comportamenti, speranze, aspirazioni.
La crescita dei volumi di denaro destinati al gioco d'azzardo, e la frenetica attenzione che gli è rivolta, hanno in breve tempo modificato il nostro panorama sociale nell'ultimo decennio.
A questo sviluppo ipertrofico della "voglia di giocare", incentivato dall'offerta del gioco "pubblico", non ha fatto seguito un processo di informazione e sensibilizzazione che inducesse allo sviluppo parallelo di una "cultura del gioco". I danni di questo ritardo culturale si stanno evidenziando drammaticamente e saranno sempre più evidenti in futuro. Il fenomeno del gioco d'azzardo incentivato dallo Stato è molto difficile da contrastare ed è sempre più un fenomeno che si sposta rapidamente verso i più giovani, ovvero verso quelle fasce di età in cui anche le resistenze alla condanna sociale del “brutto vizio” sono minori o addirittura nulle. Assistiamo ad un processo che vede spesso i ragazzi camminare in bilico su di un crinale in discesa verso la dipendenza.
In questo panorama manca una politica di prevenzione e intervento (che esiste invece, seppure con qualche carenza, nel campo del tabagismo, dell'alcoolismo, della tossicodipendenza) e solo negli ultimi anni, con iniziative di nicchia, si sta cercando di impostarla anche per combattere la diffusione del fenomeno del “gioco d'azzardo patologico”.
Quando mi è stato chiesto da Stefano Ledda di prendere visione del materiale del suo lavoro teatrale sull'argomento “azzardo”, appunto “ G.A.P.”, acronimo di gioco d'azzardo patologico, è stato il titolo dello spettacolo che veniva sottoposto ad un mio parere critico.
Ciò che si nota innanzitutto in questo lavoro teatrale è la direzione verso la quale si muove: non tanto la denuncia pura e semplice, ma la sensibilizzazione nei confronti di una drammatica realtà. Il mostrare attraverso un linguaggio teatrale, accessibile, diretto, i rischi, i segnali, le tappe della caduta e le sue conseguenze.
Il tutto portando davanti a chi guarda la storia di un giocatore di videopoker. Una storia “vera”, fatta di decine di storie vere di giocatori patologici. La storia di un solo giocatore scelto come simbolo di questa, che non è affatto una nuova malattia del terzo millennio, ma una patologia "riconosciuta" da quasi trent'anni dalla comunità scientifica internazionale.
Per questo ho accettato di presentare questo spettacolo teatrale, perché dice chiaramente che qualsiasi tipo di gioco d'azzardo può portare alla dipendenza proprio come il tabacco, l'eroina e l'alcool.
Perché attraverso il teatro e le sue immagini, i suoi suoni, le sue parole, lo spettacolo mostra in modo efficace la realtà nella quale, senza neanche accorgersi del come, si può scoprire se stessi o il proprio familiare.
In questo lavoro sembrano ugualmente coabitare il punto di vista dell'autore e la fedeltà documentale, percorsi dalla stessa tensione di impegno civile.
Attraverso esperienze come questa si può aiutare non il “proibizionismo”, ma la comprensione che il gioco d'azzardo patologico è una malattia grave, facendo entrare questo concetto semplice dentro al nostro patrimonio culturale, ovvero favorendo, attraverso una visione critica del fenomeno, lo sviluppo di una cultura che sappia distinguere, semplicemente, il gioco dall'azzardo.

Dott. Rolando De Luca
psicologo psicoterapeuta
Responsabile del Centro Di Terapia Di Campoformido (UD)
per ex giocatori d’azzardo e le loro famiglie



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Map TSE - Teatro del segnoVia Quintino Sella, 09100 Cagliari, Italy, Cagliari, Italy
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